Centuripe
nel Novecento
Testimonianze
di cultura materiale
Parte terza
6
– Allevatori e casari
Il mestiere di allevatore e casaro ha rappresentato una antica e importante figura per l'economia e la tradizione agroalimentare centuripina. Mestiere semplice e umile, si svolgeva a tempo pieno, dalla mattina alla sera, ciclicamente e senza interruzioni. L'allevatore di bestiame in paese veniva definito con il nome di picuraru, forse a causa di una maggiore presenza di pecore. Questo mestiere aveva una caratteristica predominante: la conduzione familiare. U picuraru teneva il suo gregge na mannira, un recinto distante dal paese, per gli olezzi che produceva. Tali recinti prendevano nome dalla contrada di appartenenza: a mannira d’addulurata e da difisa, i più famosi.
L'allevatore si alzava presto, tra le quattro e le cinque del mattino, dopo aver passato la notte a sorvegliare il gregge, a scanso di furti. In mattinata, così come la sera precedente, avveniva la mungitura degli animali e venivano avviate le attività casearie di trasformazione del latte. Il latte veniva raccolto in secchielli di alluminio e travasato in bidunedda (contenitori, con chiusura, di latta o alluminio) se doveva essere trasportato in un luogo distante da mannira. Dalla lavorazione del latte, gli unici derivati che si producevano erano solitamente il formaggio e la ricotta, non si ha notizia della preparazione del burro; nel nostro territorio e nel meridione in genere non c'era la necessità di produrlo, perchè al suo posto veniva consumato l'olio d'oliva caratteristico della nostra terra e della cucina mediterranea. Il luogo di produzione e trasformazione del latte, il caseificio, era solitamente un ambiente limitrofo all’abitazione del pastore. A furnaca era un precario e rudimentale focolare costruito all'interno della casa con due pile di sassi o mattoni in posizione verticale, a una certa distanza tra loro, al cui centro si accendeva il fuoco preparato con della legna, in seguito poi sostituito da un fornelletto a gas. U picuraru si avvaleva oltre che dell'aiuto dei familiari anche di quello di un estraneo, si trattava di un carusu di minore età pagato con poco denaro.
La
quantità di latte era mediamente 12 litri circa. Il latte veniva filtrato con
un recipiente e poi versato na quadara
ranni (grande contenitore in rame). A
quadara, piena di latte, veniva spostata da due persone, mediante un tronco
amovibile di legno inserito nei due
anelli laterali da quadara, che veniva
poggiata su un tripode posto sul fuoco. Per prima cosa si preparava il
formaggio e poi la ricotta, si faceva riscaldare il latte e quando raggiungeva
la temperatura desiderata, a quadara,
con la medesima precedente manovra veniva rimossa dal fuoco e poggiata su un
altro tripode, per rimanere sollevata da terra; a seconda della quantità di
latte veniva aggiunto il sale e u
quagghiu e lasciando riposare il tutto per una mezz'ora o 3/4 d'ora circa
si mescolava continuamente co riminaturi (lungo ramo di legno con
all’estremità 4 rametti ricurvi verso l'interno).
U quagghiu è un elemento naturale, ricavato dallo stomaco di agnellino, ancora allattato dalla madre; la sacca si lasciava essiccare ed in seguito veniva bollita nell’acqua, il risultato ottenuto era una crema che veniva conservata in barattoli di vetro e utilizzata all'occorrenza. Passato il tempo di riposo stabilito, co cuppinu o co cucchiaru (mestolo o cucchiaio di latta o di rame), si controllava se il latte cominciava a quagghiari, quindi si rimetteva a quadara sul fuoco e si scaldava il latte fino ad una determinata temperatura, fino ad ottenere una consistente massa pastosa separata dal siero.
A
seconda di quanti chili doveva essere il formaggio tale massa pastosa veniva
tagliata con un particolare coltello di legno; frazionato o integralmente, il
formaggio fresco veniva preso con le mani o con una particolare tela adatta per
tale operazione. Il formaggio messo no
mastrieddu o pila (spersola che
ha una forma rettangolare fornita di un beccuccio di scarico e avente un bordo
rilevato), poggiato su uno o due vanchi di
legno, veniva impastato e modellato con le mani in modo da far uscire il siero
che veniva raccolto dentro un secchiello per poi essere riutilizzato o
conservato; infine il formaggio veniva messo dentro le apposite forme. Le forme
erano dei canestri intrecciati con junco
chiamati fasceddi, avevano forma
cilindrica scavata leggermente nel fondo e con diametro di circa 10-30 cm.
I canestri, di varie dimensioni, con dentro le
pezze di formaggio si mettevano ad
asciugare in un luogo fresco per dei giorni; se doveva essere consumato fresco
non veniva salato, mentre il formaggio a lunga durata veniva salato, seguendo
delle fasi stabilite che solo un curatore specializzato, quale era u picuraru, poteva conoscere.
Subito
dopo il formaggio si preparava la ricotta; a quadara, spostata prima per il
formaggio, si rimetteva di nuovo sul fuoco, e nel latte rimasto si aggiungevano
rametti di fichera, che in precedenza
erano stati tenuti a bagno un paio di ore in acqua e che poi veniva aggiunta al
latte. Il casaro mescolava in continuazione, finchè il latte cominciava a
coagularsi formando dei grossi pezzi di ricotta sparsi in mezzo al siero; a quadara veniva spostata nuovamente,
per far in modo che la ricotta da consumare fresca insieme al siero potesse
essere raccolta e immediatamente consumata. Per preparare la ricotta da salare,
si rimetteva il contenitore sul fuoco, portandolo in ebollizione, quindi il
prodotto veniva raccolto e messo ne
fasceddi. I canestri con il loro contenuto venivano sistemati in un luogo
fresco assieme ai formaggi e solo in seguito la ricotta veniva salata. Sia il
formaggio che la ricotta potevano essere venduti freschi o a fine stagionatura.
La vendita solitamente avveniva per mezzo dei sensali, che acquistavano quasi tutti i formaggi e le ricotte che u picuraru aveva sin qui prodotto. Questi in un secondo momento rivendevano la merce acquistata a piccole botteghe a conduzione familiare. Raramente avveniva la vendita a piccoli acquirenti, quale poteva essere un semplice contadino. Ora è lo stesso produttore a vendere direttamente la merce nei vari generi alimentari, e singole persone comprano direttamente dal pecoraio senza terzi. Le pezze di formaggio pesavano da 4 a 10 kg., e nel 1954 costavano al kg. dalle 250 alle 300 lire, la ricotta fresca tra le 150 - 200 lire al kg.; si vendeva anche latte fresco, latte di capra e non di pecora, perchè più buono; e sempre nello stesso periodo un litro di latte di capra costava 20 lire, che aumentava di 10 lire ogni anno. La vendita del latte, avveniva in un modo caratteristico e interessante che ora non esiste più, il pastore mandava il figlio o u carusu in giro per il paese con una o due capre che mungeva davanti alle persone che compravano il latte.
Questo mestiere si è perpetuato fino ai nostri giorni con le medesime caratteristiche, tra cui l’innata capacità di tramandarsi da padre in figlio; gli informatori, tutti centuripini di nascita, sono i diretti testimoni di questa capacità poichè hanno ereditato il mestiere dal padre. Il sig. Mammana Salvatore classe 1933 dal padre Antonio classe 1908; il signor Salvatore Mineo classe 1942 dal padre Ambrogio Vincenzo Mineo classe 1914. Alla loro memoria è dedicato questo breve testo.
7 – Vasai
Il
mestiere do quartararu a Centuripe
veniva svolto dal sig. Michele Rizzo, nato il 27 marzo 1892 e deceduto il 9
aprile 1969. Il sig. Rizzo iniziò la sua attività di quartararu da bambino poichè suo padre svolgeva la stessa attività.
Il padre Francesco Rizzo originario di S. Stefano di Camastra abitava a
Regalbuto. Il sig. Rizzo Michele sposatosi nel 1922 circa a Centuripe, qui si
stabilì e qui iniziò la sua attività.
L'attività veniva svolta prevalentemente in estate poichè gli oggetti realizzati con la creta si asciugavano in minor tempo. Il luogo dove veniva svolta l'attività era distaccato dal paese, in c/da "Bagni", qui vi era una casa composta da 5 stanze. Due stanze erano occupate dalle famiglie Di Primo Vincenzo e Paolo Pagano: il sig. Di Primo Vincenzo, proveniva da Acireale, e si occupava della produzione di tegole e mattoni; il sig. Paolo Pagano proveniente da Adrano era impiegato in altre mansioni. Le restanti stanze erano adibite a magazzino, ed in una, in particolare, trovava posto il tornio con cui il sig. Michele Rizzo lavorava e produceva. All'esterno della casa vi erano da una parte il pozzo che serviva per mettere a bagno la creta affinchè si ammorbidisse; mentre dall'altra parte vi erano due fornaci (carcara) che servivano una per i materiali edili, mattoni e tegole; l'altra per gli oggetti di uso comune: quartari, giarri, bummula, fiaschi, tarusi, vasi, ecc..
Gli attrezzi che usava u quartararu erano: la stecca (rasola) in legno di faggio, di stecche ve ne erano di varie misure, prodotte dal falegname, che ne teneva sempre di pronte per soddisfare le diverse richieste. La stecca può usarsi da tutti e quattro i lati, ma sempre dal basso verso l'alto; ha un buco al centro nel quale si infila il dito medio, raramente anche l'indice. Di tipo particolare era a rasola ppi surchi che presentava su di un lato delle scanalature per la decorazione del collo delle giare. U pittinieddru era invece un qualunque pezzo di pettine generico, col quale si tracciavano i simi nella pancia della giara o della quartara, o altri motivi decorativi semplici, come u zig-zag, che conferivano all'oggetto un certo stile. Un altro oggetto continuamente utilizzato durante la foggiatura era u ramu, col quale si separava l'oggetto tornito dal dischetto.
Accanto
al tornio rimaneva a portata di mano anche
u battituri, un pezzo di creta
di forma cilindrica a base piatta allargata, munito di un manico della
lunghezza di un metro. Con esso si batteva il fondo delle giare per evitare che
si fendesse, sia durante l'essiccamento sia durante la cottura. In alcune botteghe
lo stesso strumento si poteva trovare in legno, di forma perfettamente
cilindrica. Un altro oggetto sempre a portata di mano era u rascaturi un piccolo raschietto di ferro utilizzato per scrostare
l'argilla indurita dalle mattonelle su cui venivano poggiati gli oggetti al
tornio; queste mattonelle facilitavano il trasporto degli oggetti nel luogo
dove si mettevano ad asciugare. Accanto al tornio si tenevano infine i misuri di legno, per misurare altezza
e larghezza degli oggetti in lavorazione.
Man mano che gli oggetti venivano finiti, si mettevano all'aperto nel retro della casa ad asciugare per circa 3-4 giorni. Dopo l'asciugatura, e solo in un secondo momento, venivano solitamente attaccati i manici modellati; gli oggetti, quindi, venivano accumulati fino a quando non c’è n’erano abbastanza (circa 200) da riempire i due forni. Di solito bisognava aspettare un mese o più. Il forno veniva preparato con la paglia che veniva acquistata presso i contadini delle campagne circostanti. Il riempimento dei due forni richiedeva l'aiuto di circa 20 operai. La giornata lavorativa iniziava alle 4 del mattino e finiva alle ore 21.00, tranne quando venivano usati i forni, in tal caso il lavoro veniva concluso intorno alle 24.00. Gli operai venivano retribuiti in denaro contante, all’incirca 40-50 lire a settimana.
I quartari, insieme agli altri oggetti in terracotta, venivano trasportate a Centuripe con i muli e depositati in un magazzino sito in via Guglielmo Oberdan, dove avveniva la vendita al dettaglio degli stessi. Approssimativamente una brocca veniva venduta a cent. 25; un fiasco per l'acqua cent. 100; un vaso per piante cent. 150-200. I mattoni e le tegole, come citato prima, venivano realizzati nella stessa officina; la creta per realizzare tali oggetti veniva impastata co fumieri (escrementi di animali), e, una volta cotti, venivano trasportati dagli stessi operai, con i propri muli, direttamente ai committenti.
Subito dopo la guerra, comunque, erano gli acquirenti che si recavano o stazzuni per acquistare le tegole sottoponendosi a lunghe file. L'artigiano non riuscì a tramandare la sua attività sia perchè i suoi figli non ne erano interessati, sia perchè egli non volle mai cedere il suo bagaglio di esperienza ad un estraneo, che potesse rubargli l'arte e tramandarla negli anni a venire. Di questa ritrosia, ne è testimone un centuripino, Vicario Leonardo figlio di Vicario Salvatore; quest'ultimo vi lavorò come carusu all'età di 8 anni e raccontava che il sig. Rizzo insegnava il mestiere, a condizione che il ragazzo vi lavorasse per 2 anni senza essere pagato. Infatti per non farsi vedere quando lavorava, si chiudeva da solo nella stanza dove era situato il tornio di legno.
La
diffusione di nuovi contenitori in metallo e plastica, più resistenti e
capienti delle quartare, segnava,
comunque, un cambiamento epocale; la terracotta, per il trasporto e la conserva
dell’acqua, venne così relegata a complemento d’arredo, che la vede oggi in
bella mostra nei salotti o in altri ambienti delle case.
Fine
terza parte




























